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Non perdere la traccia

Da dove nascono le idee?

Su Beethoven, Schopenhauer e la nascita delle idee

A volte emerge all’improvviso.

Una frase.
Un pensiero.
Qualche suono.

Per un attimo sembra ovvio. Talmente ovvio che siamo convinti che tra un attimo potremo tornarci senza difficoltà.

E poi scompare.

Chiunque abbia mai provato a creare qualcosa conosce questa sensazione. L’idea arriva all’improvviso, come se emergesse dalla nebbia, per poi allontanarsi altrettanto rapidamente. Lascia dietro di sé solo una traccia. Un presentimento. La sensazione che, per un attimo, siamo stati molto vicini a qualcosa di importante.

Di solito diciamo in questi casi che «ci è venuta in mente».

Ma è davvero così?

Ludwig van Beethoven aveva un’idea completamente diversa al riguardo.

Non parlava di inventare la musica.

Parlava di seguirla.

Sosteneva che la melodia non si manifesti in forma già pronta. Non nasce all’improvviso come un fulmine che solca il cielo. È piuttosto qualcosa che bisogna scoprire. Qualcosa che si mostra per un istante e poi sfugge. Il compito del compositore non è quindi quello di creare una melodia dal nulla, ma di seguirla finché non si riesce a coglierla.

In una delle sue straordinarie confessioni, Beethoven descriveva il processo di composizione quasi come un inseguimento.

La melodia emerge da qualche parte nel profondo dell’ispirazione. Il compositore la segue, la raggiunge, la vede sfuggirgli e perdersi tra le altre emozioni. Non riesce a separarsene. La insegue con sempre maggiore passione, finché alla fine riesce a coglierla e a darle forma.

È un'immagine straordinaria.

Perché suggerisce qualcosa a cui raramente pensiamo.

Forse la creatività non consiste nell’inventare.

Forse consiste nel trovare.

Molti artisti hanno descritto la propria esperienza in modo simile. I poeti parlavano di parole che vengono da sé. I pittori raccontavano di immagini che prima appaiono nell’immaginazione. Gli scienziati ricordavano soluzioni a problemi che si presentavano all’improvviso dopo un lungo periodo di ricerche infruttuose.

Ciò non significa però che la creazione artistica consista in un’attesa passiva dell’ispirazione.

Beethoven era uno di quegli artisti che per anni hanno messo in discussione il mito romantico dell’illuminazione improvvisa. Sebbene parlasse spesso di melodie che gli venivano in mente all’improvviso durante le passeggiate o nei momenti di solitudine, altrettanto spesso sottolineava l’importanza del lavoro paziente.

Forse è proprio per questo che la sua metafora della caccia è così azzeccata. Il cacciatore non crea la selvaggina. Deve però possedere le conoscenze, l’esperienza e la pazienza necessarie per trovarla.

Lo stesso vale per la creatività. Un’idea può nascere all’improvviso, ma riconoscerla e svilupparla richiede impegno. L’ispirazione è l’inizio del percorso. Mai la sua fine.

Come se le idee più importanti non fossero frutto della mente, ma venissero scoperte.

Beethoven non era un uomo di illuminazioni improvvise.

Portava con sé le sue idee per anni.

Ci tornava sopra.

Le rielaborava.

Le lasciava maturare.  

Camminava. Taceva. Tornava sempre sugli stessi temi.  

Solo quando trovava il ritmo giusto, il tempo e la forma adeguati, metteva le note sulla carta.

Quando gli veniva chiesto da dove prendesse le sue idee, rispondeva con disarmante sincerità: non lo so.

Non so da dove arrivino.

Semplicemente, compaiono.

Il più delle volte durante le passeggiate in solitudine, nel bosco, all’alba o di notte.

È difficile immaginare una risposta più sorprendente da parte di un uomo che siamo soliti presentare come simbolo di un intelletto geniale.

Eppure, è proprio qui che si nasconde uno dei più grandi misteri della creazione artistica.

Perché anche i più grandi creatori non comprendevano appieno la propria ispirazione.

In questo senso, Beethoven era sorprendentemente vicino ai filosofi.

Arthur Schopenhauer descriveva il processo di nascita del pensiero in modo quasi identico. Scriveva che quando emergeva un’idea vaga, lasciava tutto e cominciava a seguirla come un cacciatore che insegue la preda. La seguiva attraverso tutte le curve, cercava di sbarrarle la strada, finché alla fine riusciva a catturarla e a trasferirla sulla carta.

Se Beethoven andava a caccia di melodie, Schopenhauer andava a caccia di pensieri.

L’uno seguiva le tracce dei suoni.

L’altro quelle delle idee.

Entrambi, però, descrivevano lo stesso processo.

Prima appare una traccia.

Poi l’inseguimento.

Successivamente un momento di dubbio.

E alla fine la gioia di ritrovare qualcosa che per un attimo era sembrato sfuggente.

Anche la psicologia contemporanea della creatività sottolinea questo paradosso. Oggi sappiamo che molti processi creativi avvengono al di fuori del controllo cosciente. La mente lavora su un problema molto prima che la soluzione affiori alla coscienza. Ecco perché le idee migliori vengono così spesso durante una passeggiata, sotto la doccia, in viaggio o poco prima di addormentarsi.

Ciò non significa però che la creazione artistica sia esclusivamente frutto del caso.

Beethoven lo sapeva benissimo.

La melodia poteva nascere da sola.

Ma scoprirla richiedeva un’enorme pazienza, attenzione e lavoro.

L’ispirazione era l’inizio.

Mai la fine.

Forse è proprio per questo che gli artisti dicono così spesso di non inventare le loro opere.

Forse non le creano.

Forse le trovano.

E l'arte sta proprio nel non perdere la traccia.


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