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Jerzy Kubina

Pittura della memoria e della materia

La città che è rimasta

Ci sono città che non ci lasciano mai davvero.

Si può andare molto lontano.

Cambiare lingua.
Indirizzo.
Quotidianità.

Imparare a vivere in un luogo completamente diverso.

Eppure, ci sono città che continuano a esistere dentro di noi.

Non perché si possano ancora trovare su una carta geografica.

Ma perché, con il tempo, cominciano ad abitare in noi.

Smettono di essere semplicemente un luogo.

Diventano un modo di guardare il mondo.

Forse è per questo che alcuni artisti trascorrono tutta la vita a dipingere non i luoghi, ma ciò che di essi rimane.

Non i ricordi.

Le loro tracce.

I primi anni

Jerzy Kubina nasce nel 1956 a Zamość, una città che molti anni dopo sarebbe riapparsa nella sua opera come una presenza interiore.

Prima che la pittura diventasse il centro della sua ricerca artistica, studiò per molti anni pianoforte e violino. La musica fu il suo primo linguaggio espressivo. Sebbene la pittura divenisse con il tempo il suo principale mezzo d'espressione, la musica non scomparve mai dalla sua opera. Riaffiorò nelle performance, nel modo di concepire lo spazio e, soprattutto, nel ritmo — una delle caratteristiche più riconoscibili della sua ricerca.

Forse è proprio per questo che i dipinti di Jerzy Kubina non si impongono allo spettatore. Non rivelano tutto immediatamente. Come la musica, richiedono tempo, silenzio e uno sguardo attento.

L'Accademia

Il percorso di Jerzy Kubina verso la pittura passa attraverso l'Accademia di Belle Arti di Cracovia, il luogo in cui il giovane artista affinò la propria tecnica e iniziò gradualmente a scoprire un modo personale di guardare il mondo.

Studiò nello studio del professor Jan Szancenbach, pittore e maestro per il quale la padronanza del mestiere, l'osservazione attenta e il rispetto per la materia pittorica costituivano il fondamento del pensiero artistico. Fu proprio lì che Jerzy Kubina sviluppò non soltanto una solida padronanza tecnica, ma anche la disciplina, la pazienza e il senso di responsabilità per ogni gesto lasciato sulla tela.

Nel 1985 conseguì il diploma con distinzione.

Ma quello non fu la fine del suo percorso di formazione.

Fu l'inizio della ricerca di un linguaggio artistico personale — un cammino destinato a segnare tutta la sua opera futura.

Oltre l'oceano

Nel 1987 Jerzy Kubina lasciò la Polonia. Fu molto più di un semplice trasferimento geografico. La sua partenza avvenne in un periodo di profonde trasformazioni politiche e sociali, quando molte persone della sua generazione si trovarono ad affrontare difficili scelte sul proprio futuro.

New York divenne la sua nuova casa — una città dal ritmo, dall'energia e dalle dimensioni completamente diversi. Per molti artisti era un luogo di continuo fermento, d'incontro fra culture e linguaggi artistici differenti, ma anche uno spazio che richiedeva coraggio, perseveranza e la determinazione di trovare il proprio posto.

Per Jerzy Kubina non fu un ricominciare da zero.

Fu l'inizio di un nuovo capitolo.

Il momento in cui la formazione accademica incontrò l'esperienza personale e la padronanza tecnica acquisita negli anni precedenti iniziò a diventare uno strumento per costruire un linguaggio personale.

Fu proprio a New York che prese forma quel linguaggio artistico destinato, negli anni successivi, a portare Jerzy Kubina al riconoscimento internazionale.

New York

New York divenne ben presto molto più di un nuovo indirizzo.

Poco dopo il suo arrivo, Jerzy Kubina ebbe l'opportunità, grazie al collezionista e mecenate Henryk Lachman, di allestire il proprio studio nell'ex Hotel Hamilton — un monumentale edificio abbandonato che, per i quattro anni successivi, sarebbe diventato il luogo del suo lavoro e della sua sperimentazione artistica.

Fu lì che realizzò dipinti di grande formato e installazioni che richiedevano spazio, dimensione e libertà espressiva impossibile da trovare in uno studio tradizionale. Gli interni dell'antico albergo non furono soltanto un luogo di lavoro. Divennero parte integrante del processo creativo: uno spazio in cui la pittura iniziò a entrare in dialogo con l'architettura, la scala e la presenza fisica dello spettatore.

In quello stesso periodo ebbe inizio anche la collaborazione con la Prisunic Gallery di Greenwich Village, a New York, diretta dai mercanti d'arte parigini Paul e Benjamin Steinitz. Fu uno dei primi passi importanti verso la sua affermazione sulla scena artistica internazionale.

New York divenne il luogo in cui l'esperienza maturata all'Accademia di Belle Arti di Cracovia si confrontò con una nuova realtà. Fu qui che il suo linguaggio artistico iniziò a raggiungere una piena maturità, quella che negli anni successivi avrebbe portato Jerzy Kubina al riconoscimento in Europa e negli Stati Uniti.

Il riconoscimento internazionale

Gli anni Novanta furono il periodo in cui l'opera di Jerzy Kubina iniziò a superare i confini della scena artistica newyorkese per affermarsi progressivamente a livello internazionale.

Le sue opere furono presentate in istituzioni e gallerie appartenenti a tradizioni e contesti culturali differenti. Tra queste figurano l'Everson Museum of Art di Syracuse, Zachęta – Galleria Nazionale d'Arte di Varsavia, la Galerie Louis XIV di Parigi, la OK Harris Works of Art nel quartiere SoHo di New York e il Chelsea Art Museum.

Con il susseguirsi delle esposizioni crebbe anche l'interesse di critici, storici dell'arte e curatori. L'opera di Jerzy Kubina fu commentata, tra gli altri, dal curatore francese Ami Barak e dallo storico dell'arte e critico Marek Bartelik, i cui scritti pubblicati su Artforum contribuiscono da anni al dibattito internazionale sull'arte contemporanea.

Questo riconoscimento non fu il risultato di una moda passeggera.

Jerzy Kubina non è mai stato un artista incline a seguire le tendenze del momento. Al contrario, ha costruito con coerenza un linguaggio artistico personale, radicato nella materia, nella struttura e nell'esperienza. È proprio questa fedeltà al proprio percorso a rendere la sua opera immediatamente riconoscibile, indipendentemente dal luogo in cui viene esposta.

La presenza in istituzioni di prestigio, insieme all'attenzione della critica e alle pubblicazioni su Artforum e su altre importanti riviste d'arte, consolidò la posizione di Jerzy Kubina tra gli artisti polacchi della sua generazione che, dopo aver lasciato la Polonia, seppero costruire un percorso internazionale rimanendo fedeli alla propria visione.

Oggi le sue opere fanno parte di collezioni private e di raccolte istituzionali dedicate all'arte contemporanea.

Eppure, il capitolo più importante della sua storia artistica doveva ancora essere scritto.

Iconostasi

Nel 1993 la Galerie Louis XIV di Parigi presentò il ciclo Iconostasi, una monumentale serie che rappresenta uno dei momenti decisivi del percorso artistico di Jerzy Kubina.

Non erano opere create per piacere.

Erano un'esperienza.

Ogni lavoro esisteva in una dimensione sospesa tra pittura e oggetto. La tela grezza, le dense stratificazioni della materia pittorica, della sabbia, della grafite e della polvere trasformavano la superficie dell'opera. La superficie dell'opera non rappresentava più soltanto la realtà.

Cominciava a custodirne le tracce.

Lo storico dell'arte Marek Bartelik descrisse queste monumentali realizzazioni come opere sospese tra immagine e spazio. Richiamando il significato dell'iconostasi — la struttura che separa il santuario dalla navata nella tradizione delle Chiese orientali — osservò che le opere di Jerzy Kubina diventano al tempo stesso immagine e soglia. Non rimandano all'iconografia religiosa tradizionale. Cercano piuttosto di avvicinarsi a ciò che rimane invisibile, indicibile e difficile da rappresentare.

Le loro superfici evocano una terra screpolata.

Pelle segnata dalle cicatrici.

Materia attraversata dal tempo.

In molte opere una struttura lignea nascosta all'interno spinge la tela verso l'esterno, tendendola quasi fino al limite della sua resistenza. La superficie del dipinto sembra opporsi alla propria materialità, come se una forza invisibile tentasse di rivelare ciò che si cela sotto i suoi strati.

Il curatore francese Ami Barak riconobbe nell'opera di Jerzy Kubina un costante superamento dei confini tra pittura e spazio. Marek Bartelik, dal canto suo, mise in evidenza il carattere fisico di queste superfici — le loro fratture, le tensioni e i segni lasciati dal tempo.

Pur interpretando quest'opera da prospettive differenti, entrambi ne riconobbero una dimensione comune: le opere di Jerzy Kubina non sono semplicemente immagini da contemplare.

Sono luoghi d'incontro tra materia, memoria ed esperienza.

Il linguaggio della materia

L'opera di Jerzy Kubina sfugge a una descrizione limitata esclusivamente alla pittura.

Le sue realizzazioni non si fermano alla superficie della tela. Entrano in relazione con lo spazio, la luce e la presenza fisica dello spettatore. La materia pittorica cessa di svolgere soltanto la funzione del colore. Diventa una sostanza — densa, tattile e quasi scultorea nella sua forza espressiva.

Sabbia.

Grafite.

Polvere.

Tela grezza.

Nessuno di questi materiali compare per caso. Ognuno porta con sé una propria consistenza, un proprio peso e una propria memoria. Strato dopo strato, creano superfici che evocano terre screpolate, muri consumati dal tempo o strutture segnate dal suo passaggio.

In molte opere la tela viene lacerata, ricucita o tesa quasi fino al limite della propria resistenza. Cessa di essere un supporto passivo dell'immagine. Diventa una parte attiva dell'opera stessa.

È la materia a conservare la storia.

Non descrive ciò che è passato.

Non rappresenta ciò che rimane invisibile.

Diventa il luogo in cui tutto questo permane.

Per questo motivo l'opera di Jerzy Kubina non può essere compresa esclusivamente nell'ambito dell'astrazione. I suoi dipinti non sono semplicemente composizioni di forme e colori. Sono registrazioni della tensione tra ciò che è visibile e ciò che rimane nascosto.

Nell'opera di Jerzy Kubina il tempo non trascorre.

Si deposita sulla superficie della tela come un ulteriore strato di materia pittorica.

Una ricerca continua

La pratica artistica di Jerzy Kubina è sempre stata un processo di continua ricerca.

Sebbene la pittura costituisca il fondamento del suo linguaggio artistico, nel corso degli anni ha progressivamente oltrepassato i suoi confini tradizionali. Si è rivolto a installazioni monumentali, performance e interventi nello spazio, nei quali l’opera cessava di esistere come oggetto autonomo per diventare parte di una composizione più ampia — costruita attraverso lo spazio, la luce e la presenza dello spettatore.

La musica, dalla quale ha avuto origine il suo percorso creativo, non è mai scomparsa dalla sua opera. Anni dopo è ritornata nelle performance, dove suono, movimento e immagine davano vita a un’unica espressione artistica. Non erano discipline separate, ma differenti modi di manifestare la stessa esigenza creativa.

All’inizio del XXI secolo la sua ricerca si è rivolta verso nuovi materiali. Accanto alla densità della materia pittorica sono comparsi la seta e tessuti trasparenti, attraverso i quali la luce ha iniziato ad assumere un ruolo pari a quello del colore e della struttura. La trasparenza è diventata un ulteriore mezzo espressivo.

La critica d’arte americana Mary Shustack ha osservato che la pratica di Jerzy Kubina nel suo studio ricorda il lavoro di un laboratorio. Strati, superfici e luce vengono sottoposti a continue sperimentazioni, rivelando un artista che esplora nuove possibilità nelle relazioni tra materia, spazio e percezione.

I materiali cambiavano.
Cambiavano i mezzi espressivi.
Una sola cosa rimaneva immutata.

La ricerca di una forma nella quale materia, luce e spazio potessero parlare il proprio linguaggio.

Il ritorno a Zamość

Dopo gli anni trascorsi a New York, dopo le esposizioni in Europa e negli Stati Uniti, dopo le monumentali realizzazioni e le successive tappe della sua ricerca artistica, Jerzy Kubina ritorna nel luogo da cui tutto aveva avuto inizio.

Non per chiudere un capitolo.
Ma per guardarlo di nuovo.

La mostra Zamość, Zamość è molto più di un ritorno alla sua città natale.
È un incontro con ciò che è rimasto.

L’artista utilizza materiali trasparenti e semitrasparenti che, dall’inizio del XXI secolo, sono diventati un elemento importante della sua ricerca. La luce, attraversando i successivi strati del tessuto, assume un ruolo pari a quello del colore, della struttura e della materia.

Jerzy Kubina scrive:

“Per me Zamość è più di un luogo. È una realtà che non esiste più, ma che porto dentro di me come un talismano.”

Queste parole ritornano come un’eco dell’intero percorso artistico dell’artista.

Zamość non è mai stata soltanto una città.
È stata un inizio — un luogo rimasto presente nonostante il passare del tempo e la distanza.

È diventata un filo invisibile che unisce le prime esperienze musicali, gli anni trascorsi all’Accademia di Cracovia, New York, Iconostasi e tutte le successive tappe della sua ricerca creativa.

Ci sono città che non ci abbandonano mai davvero.



Un incontro personale con l’arte di Jerzy Kubina

Dall’autrice

Alcuni incontri sembrano casuali.
Eppure, con il tempo, ci accorgiamo che avevano già un posto nel nostro cammino.

Jerzy Kubina ha iniziato il suo percorso artistico dalla musica.
Anch’io, per molti anni, ho imparato ad ascoltare il mondo proprio in questo modo.

Forse è per questo che le sue opere mi hanno parlato con tanta naturalezza.

Prima le ho ascoltate.
Solo dopo ho iniziato a guardarle.

Vi ho ritrovato il ritmo.
Il silenzio.
La tensione.
La pausa.

Tutto ciò che un tempo cercavo nella musica, oggi lo ritrovo nella materia, nella luce e nel colore.

Questo testo non è nato per racchiudere l’opera di Jerzy Kubina in un’unica interpretazione. La grande arte conserva sempre uno spazio che non può essere descritto completamente.

Vorrei invitare il lettore a questo incontro.

Perché credo che le opere capaci di rimanere con noi per tutta la vita nascano quando un artista rimane fedele alla propria strada.

Per me Zamość è molto più di un luogo.
È una realtà che non esiste più,
ma che porto dentro di me come un talismano

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