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Il linguaggio più incomprensibile del mondo.

E perché tutti lo comprendiamo?

Schopenhauer e il mistero della musica

A volte succede qualcosa di strano.

Ascoltiamo un brano musicale e all’improvviso abbiamo la sensazione di comprenderlo perfettamente, anche se non sappiamo dire perché. Non riusciamo a riassumerlo con parole nostre né a spiegare che cosa sia accaduto esattamente. Eppure qualcosa dentro di noi risponde — come se la musica parlasse una lingua che non abbiamo mai imparato e che, nonostante questo, conosciamo da sempre.

È un’esperienza talmente comune che di solito non ci soffermiamo neppure a pensarci. La consideriamo naturale, ma racchiude un interrogativo fondamentale: com’è possibile comprendere qualcosa che non riusciamo a tradurre in parole?

Quando osserviamo un quadro, possiamo descrivere la scena rappresentata, le figure, i colori e le forme. Quando leggiamo un romanzo, siamo in grado di raccontarne la storia. Di una scultura possiamo parlare attraverso la forma, la materia e le proporzioni. La descrizione non esaurisce mai l’opera, ma trova un punto d’appoggio in qualcosa che possiamo riconoscere e nominare.

Con la musica è diverso.

Possiamo analizzarne l’armonia, il ritmo, la melodia e l’orchestrazione. Possiamo parlare dell’epoca in cui è stata composta oppure scomporre una composizione nelle sue parti, dando un nome a ogni elemento. Un’analisi di questo tipo ci permette di capire come è costruito un brano, ma non spiega ancora perché poche note riescano a suscitare in noi un’esperienza che non sappiamo descrivere.

Conoscere il modo in cui la musica è costruita non equivale ancora a farne esperienza.

Era proprio questo paradosso ad affascinare Arthur Schopenhauer. Il filosofo riteneva che la musica occupasse un posto eccezionale fra tutte le arti. La pittura mostra un frammento del mondo visibile, la letteratura racconta le vicende umane e la scultura conferisce una forma materiale a ciò che prima esisteva come idea. La musica, invece, non deve rappresentare nulla di concreto e, nonostante questo, riesce a raggiungerci con una forza straordinaria.

Nella sua opera più importante, Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer si spinse ancora oltre. Considerava la realtà sotto due aspetti: come mondo accessibile alla nostra conoscenza e come volontà — una forza originaria, incessantemente attiva, posta alla base dell’esistenza. Non intendeva la volontà consapevole del singolo individuo, ma una spinta profonda presente in tutta la natura.

Le altre arti mostrano la realtà attraverso immagini, figure ed eventi. Secondo Schopenhauer, la musica non imita le forme esteriori del mondo. Ne esprime direttamente il movimento interiore: tensione e compimento, desiderio e temporaneo appagamento, slancio e resistenza.[1]

La musica non ha bisogno di raccontare la sofferenza per permetterci di avvertirla, né di rappresentare la gioia perché possiamo riconoscerne la presenza. Non descrive l’esperienza dall’esterno — ci permette di coglierne l’essenza.

Il pensiero di Schopenhauer aiuta a comprendere perché la musica parli anche a chi non possiede una preparazione teorica. Non è necessario riconoscere le tonalità, analizzare l’armonia o conoscere i principi della forma per seguire lo sviluppo di un brano.

Quando ascoltiamo il Preludio in mi minore op. 28 n. 4 di Fryderyk Chopin oppure l’Andante del Concerto per pianoforte in do maggiore K 467 di Wolfgang Amadeus Mozart, non abbiamo bisogno di un interprete. Nessuno dei due brani ci spiega che cosa dobbiamo provare né attribuisce all’esperienza un nome univoco. Eppure, fin dalle prime battute, riconosciamo la direzione della narrazione musicale: la tensione crescente, la sospensione, il ritorno, un istante di quiete.

Non dobbiamo sapere in che modo il compositore abbia ottenuto questo effetto. La musica ci raggiunge prima ancora che riusciamo a sottoporla all’analisi. Prima ne facciamo esperienza e soltanto dopo cerchiamo di comprendere che cosa sia accaduto dentro di noi.

Ognuno conosce l’istante in cui poche note fanno riaffiorare inaspettatamente un ricordo lontano. La musica non restituisce soltanto l’evento. Ne riporta anche l’atmosfera: il luogo, la luce, la presenza di un’altra persona e, a volte, perfino un’emozione a cui per anni non siamo riusciti a dare un nome.

Una sola frase musicale può aprire nella memoria uno spazio al quale le parole non conducevano più. Non spiega ciò che proviamo, ma lo rende nuovamente presente.

Le neuroscienze contemporanee descrivono alcuni meccanismi di questa esperienza. Gli studi hanno dimostrato che un brano conosciuto può attivare processi legati alla memoria autobiografica, mentre il piacere intenso provato durante l’ascolto è associato all’attivazione del sistema della ricompensa e al rilascio di dopamina.[2][3]

La scienza riesce a osservare con precisione crescente ciò che accade nel cervello di chi ascolta. Non risolve, tuttavia, la questione filosofica del perché una successione di suoni acquisti significato per l’essere umano. Descrive il meccanismo dell’esperienza, ma non ne esaurisce il senso.

Schopenhauer non conosceva la neurobiologia. Aveva però colto qualcosa che resta attuale: la musica non ci raggiunge soltanto attraverso l’intelletto. Prima ancora che tentiamo di spiegarla, ha già cominciato ad agire dentro di noi. La musica compare con particolare frequenza là dove il linguaggio perde le proprie certezze. Accompagna l’amore e il lutto, la preghiera e la festa, la solitudine e l’esperienza condivisa. Entra nei momenti più importanti della nostra vita non perché sappia spiegarli, ma perché sa accogliere anche ciò che non riusciamo a esprimere.

Non spiega la realtà, non ne risolve gli enigmi e non risponde alle domande poste dalla filosofia. Ci offre però qualcosa di altrettanto prezioso: la consapevolezza che comprendere non significa sempre dover dare un nome.

Forse è proprio per questo che, dopo anni, torniamo agli stessi brani. Non soltanto per scoprirvi qualcosa di nuovo, ma anche per ascoltare ancora una volta qualcosa che, in fondo, abbiamo sempre saputo e che non siamo mai riusciti a esprimere con le parole.

È questo il paradosso della musica: resta una lingua che non sappiamo tradurre, eppure in essa riconosciamo noi stessi.


[1] Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, vol. I, libro III, § 52.

[2] Valorie N. Salimpoor, Mitchel Benovoy, Kevin Larcher, Alain Dagher, Robert J. Zatorre, «Anatomically Distinct Dopamine Release During Anticipation and Experience of Peak Emotion to Music», Nature Neuroscience, vol. 14 (2011), pp. 257–262, https://doi.org/10.1038/nn.2726.

[3] Petr Janata, «The Neural Architecture of Music-Evoked Autobiographical Memories», Cerebral Cortex, vol. 19, n. 11 (2009), pp. 2579–2594, https://doi.org/10.1093/cercor/bhp008.


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